• Maurizio

I CATTIVI MAESTRI

Ovviamente, è un titolo provocatorio, leggendo se ne capirà la ragione

Sistema di ingranaggi

Riporto fatti e circostanze nelle quali si narra di personaggi votati alla ribellione e alla rivoluzione armata, giudiziosamente e cinicamente guidati da “menti pensanti” che agivano al riparo nelle trincee, o meglio, con una intelligenza tattica che, evidentemente, difettava a quei combattenti in prima linea

Scriverò di Genoino e di Masaniello; di Mazzini e di Pisacane; di Gandhi e del popolo indiano; di Gerry Adams e degli eroi di Long Kesh


Genoino e Masaniello

Genoino, in effetti e a dirla tutta, era stato, prima della rivolta del 1647, un fiero ribelle, ma utilizzando le arti della politica e della cultura più che le armi per offendere ed uccidere. Azioni solitarie portate avanti con coraggio negli anni della maturità, non avendo quel seguito popolare che gli avrebbe consentito non solo di trattare alla pari con i vicerè spagnoli, ma di arginare una volta per sempre le brame della nobiltà corrotta e autoreferenziale che, da sempre, è stata la vera palla al piede dello sviluppo del meridione. Si battette invano, persino appoggiato dai vicerè che si succedevano in rappresentanza del monarca spagnolo sul trono napoletano, ottenendo in cambio pochi vantaggi per il popolo ed anni di carcerazione per sé stesso, scontati un po' in Spagna, un po' all’Elba, infine a Napoli. Evidentemente, nonostante i suoi buoni propositi, qualcosa difettava nella sua strategia rivoluzionaria.

Dal 1621 fino al 1634 e ancora nel 1639 fino al 1640, scontò il carcere duro, mentre la nobiltà godeva di privilegi che né il popolo, né una nascente piccola borghesia riusciva in minima parte ad ottenere, nonostante, talvolta, persino il governo spagnolo dimostrasse d’aver compreso le esigenze dei ceti meno abbienti.

La guerra dei trent’anni fece precipitare le cose e l’oramai vecchio rivoluzionario riuscì ad individuare in un giovane capo-popolo napoletano, Tommaso Aniello d’Amalfi, l’eroe di una rivolta che fosse davvero risolutiva, in nome della fedeltà alla Spagna, ma contro la nobiltà del viceregno, criminale e proterva.

Purtroppo, nonostante i successi diplomatici e politici di Genoino, che ebbe persino la possibilità che venisse riconosciuto a favore del popolo e contro gli aristocratici un antico privilegio politico concesso da Carlo V, Masaniello smarrì la ragione, inorgoglitosi del gran successo della sua azione militare e al contempo perse il controllo della rivolta armata. E Genoino, nonostante fosse palesemente il suo mentore, fu costretto a porsi a capo di una congiura per ucciderlo al fine di non perdere i vantaggi acquisiti a favore del popolo.

Durò poco l’idillio con la Corona e l’argine posto alle vessazioni dei nobili, grazie a quella rivolta che aveva permesso di raccogliere la fiaccola del luglio 1547, quando l’intero popolo napoletano, unico in Europa, si era ribellato contro l’Inquisizione spagnola, garantendo a sé stesso i privilegi concessi da un ammirato Carlo V, imperatore dei territori dove non tramontava mai il sole


Mazzini e Pisacane

La spedizione di Sapri servì a Mazzini non solo ad indicare la strada da intraprendere per unificare la penisola, la lotta armata con una guerra non dichiarata, approfittando di circostanze particolari, ma anche come arma propagandistica per ottenere l’appoggio della intellighenzia britannica, oltre a quella, molto più decisiva, della finanza di Londra e Parigi. Sfruttando le anime pie dei movimenti rivoluzionari artatamente stimolate e sostenute dagli interessi convergenti dei grandi banchieri europei- che si dedicavano soprattutto ai prestiti a tasso elevato concessi alle nazioni che intendevano entrare in guerra e a quelli che, usciti dalla guerra, si apprestavano alla ricostruzione- e della massoneria britannica, in effetti della stessa Corona, tesa a bloccare il tentativo neo murattiano di creare due Regni indipendenti al Nord e al Sud della penisola, autosufficienti sia sul piano economico e finanziario che interagenti in politica estera, ovviamente in funzione anti-britannica.

Il maturo fuoruscito aveva bisogno di un idealista che “scagliasse la prima pietra”. Lo trovò in un socialista di nome Carlo Pisacane, sostenitore delle idee di Proudhon, convinto che i fatti dovessero dirigere l’elaborazione delle teorie e non le seconde i primi, come predicava, al contrario, l’ideologia comunista che Carlo Marx stava elaborando nella stessa Inghilterra che aveva accolto Mazzini.

Inoltre, differentemente da Mazzini, che riguardo alla lotta di classe proponeva che fosse prima risolto il problema unitario, Pisacane pensava che, per arrivare ad una rivoluzione patriottica unitaria e nazionale occorresse prima risolvere la questione contadina, quella della riforma agraria. Chissà perché, visto che le condizioni di miseria erano simili al Nord e al Sud, specialmente nelle campagne, pensò bene di armarsi e partire contro i Borbone e non contro le dinastie del Nord della Penisola. Evidentemente il “maestro” gli aveva dato consigli in tal senso.

La spedizione di Sapri non fu, in effetti, uno sbarco di giovani patrioti idealisti. Pur senza le armi che avrebbe dovuto procurare un giovane siciliano, Rosolino Pilo, votato alla causa italiana, (in effetti a quella dei Rothschild, dei finanzieri londinesi e parigini, della Corona britannica e della massoneria internazionale) Pisacane si intestardì nel voler proseguire l’azione “rivoluzionaria”. Con l’aiuto di due marinai inglesi (ohibò) si impadronì del piroscafo di linea Cagliari assieme ad altri due patrioti, Nicotera e Falcone e, giunto a Ponza, allora carcere borbonico, pensò bene di liberare i prigionieri politici detenuti sull’isola. Solo che di prigionieri politici ve ne erano pochissimi, meno di una decina, il grosso della futura ciurma che sbarcò a Sapri (circa 300 persone) era composta da criminali senza scrupoli, increduli di aver avuto in sorte quel colpo di fortuna.

Le autorità borboniche ebbero il tempo di avvertire dello sbarco i contadini che attesero con fucili e forconi a Sapri, Padula e Sanza i “rivoltosi” (che avrebbero dovuto fare, festeggiare i quasi trecento criminali che avrebbero avuto buon gioco sui pochi patrioti di Pisacane dedicandosi, liberi da pastoie idealiste, all’omicidio, alla rapina e agli stupri?) e la spedizione terminò in un bagno di sangue.

Ma servì a Palmerston, Pope Hennessy e Gladstone per tessere le trame della nuova spedizione dei mille, per indicare il regno borbonico come l’essenza di tutti i mali, per spingere giovani idealisti ad abbracciare la causa italiana, e ai finanzieri per continuare a far girare denaro a debito. Del resto, l’oro di Napoli sarebbe servito ad estinguere il debito pubblico dei Savoia soprattutto nei confronti dei Rothschild. Tutto tornava, e Mazzini, che si guardò bene dal consigliare prudenza a Pisacane, cinse l’alloro dell’uomo votato alla causa nazionale, mentre l’Inghilterra tesseva le sue trame da potenza coloniale.

Il povero giovane socialista, invece, ci lasciò la vita, in un eccesso di idealismo ed ingenuità.


Ghandi e il popolo indiano

La storia del massacro di Amritsar non la studiamo a scuola perché il criminale che l’attuò era inglese e non tedesco (i cugini sassoni, stessa ferocia e stesse propensioni razziste), il colonnello Dyer, giustificato delle sue azioni sia dal romanziere Kipling, un perfetto wasp, convinto di far parte di una Nazione eletta, che dalla teosofa e massone Annie Besant che, pur appoggiando le aspirazioni autonomiste del sub continente (ma come dominion all’interno dell’Impero con una semi-autonomia) temeva più per le sorti dei connazionali che per quelle degli indiani, verso i quali comunque si impegnò con attività educative e filantropiche.

Fu un massacro lucidamente attuato da un militare fanatico, insensibile al fatto che, in quella angusta piazza nella quale si erano radunate, il 13 aprile 1919, migliaia di persone, uomini, donne e bambini disarmati per la festività Sikh di Baisakhi, quindi con nessun intento provocatorio, come invece era avvenuto nei mesi precedenti da parte di altri sediziosi, osannanti all’indipendenza e contravvenendo al Rowlatt Act che vietava i raduni politici, e che aveva visto comminare ai partecipanti pene detentive senza alcun processo.

Si contarono 379 morti e 1200 feriti, più o meno gravi. Il colonnello Dyer non aveva sparato colpi di avvertimento, non aveva ingiunto alle persone radunate di sciogliere l’assembramento, non aveva permesso loro di individuare una via di fuga, bloccandone di fatto l’unica con le sue truppe e aveva ordinato ai suoi uomini di sparare “fino ad esaurire le munizioni” e ad altezza d’uomo.

Questa strage permise al partito del Congresso e all’ala moderata di Ghandi di ottenere sostegno e consenso dalle frange anche meno estremiste, dalle anime che accettavano con pazienza il dominio inglese e che, tutt’al più, lo seguivano nella disobbedienza civile. Fu un vero e proprio punto di svolta.

Non possiamo certamente affermare che Ghandi fosse il cinico organizzatore delle manifestazioni “di piazza”, se non per quei raduni non violenti da lui stesso auspicati, ma sappiamo che, dopo la promulgazione del Rowlatt Act, queste proteste aumentarono, e lui non cercò di fermarle, o non potette farlo. Certamente fu il personaggio politico che, dalla strage, trasse maggior vantaggio, benché continuasse a predicare la sua Satyagraha, la dottrina della “non cooperazione” con le autorità coloniali britanniche, quella della disobbedienza civile, che lentamente erose il consenso degli indiani verso i britannici e ne minò le basi dell’amministrazione coloniale.

Certamente acquisì forza anche l’ala politica che voleva trasformare la lenta scalata verso l’indipendenza di Ghandi in una rivoluzione violenta, l’ala di estrema sinistra, facente capo sia al Pandit Nehru, sia a Chandra Bose, il primo decisamente filo marxista, il secondo attratto dal fascismo italiano quando questo si attestò su posizioni decisamente anti britanniche in politica estera. E anche queste scelte, apparentemente in contrasto con la dottrina di Ghandi, non poterono spiacere al Mahatma in una visione di futura, competa indipendenza, benché lo stesso Mahatma fece di tutto, appoggiato dall’ala di destra del Congresso, per estromettere dai giochi Bose nel 1939, attirando dalla sua parte Nehru.

Fu contrapposta alla Satyagraha, la dottrina della destra conservatrice gandhiana, quella della Samyavada, una sorte di sintesi tra comunismo e fascismo, di progetto di rivoluzione armata contro il colonialismo. Fatto sta che la strage fu davvero l’inizio della fine del dominio britannico in Oriente, dopo la resistenza armata afgana e le ribellioni del Bengala e del Punjab e l’inizio dell’affermazione delle tesi politiche di Ghandi


Gerry Adams e gli hunger striker

A novembre di un oramai lontano 1980 alcuni prigionieri irredentisti nordirlandesi, delle sei contee sotto dominio inglese di quel territorio di nove che viene chiamato Ulster, proclamarono uno sciopero della fame per protestare contro le inumane condizioni cui erano obbligati dal duro regime carcerario britannico. Non chiedevano che finissero le lunghe sevizie, autentiche torture, cui erano sottoposti una volta entrati nelle prigioni inglesi, avevano scelto la lotta armata e il dolore sarebbe stato sempre loro compagno, il dolore fisico e quello che ti mangia il cervello e l’anima quando pensi ai tuoi fratelli uccisi o alla famiglia che piange la tua assenza. Nei block H del carcere di Long Kesh, un residuato medievale nell’Europa del ventesimo secolo, dieci prigionieri irlandesi, dieci ragazzi poco più che ventenni, decidono di morire, lentamente ed in modo atroce, per ribadire il diritto al rispetto dei loro ideali, di uomini nati nell’ultima colonia dell’Impero britannico. Le cinque richieste, capirete leggendo perché le ricordo, andavano dal non indossare uniformi carcerarie, dal non svolgere lavori penali, alla libertà di studio, alla possibilità di ricevere le visite dei parenti, al diritto alla riduzione della pena quando giuridicamente possibile. Condizioni che nel nostro paese vengono concesse al più spietato dei criminali senza battere ciglio.

Lo sciopero interrotto a fine dicembre del 1980 riprese dal primo marzo. Una lunga fila di appartenenti all’IRA e all’INLA, le due formazioni armate più esposte, si formò per prenotare il posto di “hunger striker”, per sostituire il guerrigliero che precedeva nella lista appena fosse morto di fame. Caddero in dieci andando ad aggiungersi agli altri 12 deceduti allo stesso modo negli ultimi decenni. Il più famoso tra loro, l’icona della lotta degli oppressi e dell’irredentismo gaelico contro l’imperialismo occidentale, si chiamava Roibeard Gearòid ò Seachnasaigh, all’anagrafe dei dominatori Bobby Sands.

Eppure, pare che alcuni di questi ragazzi avrebbero potuto salvarsi aggiungendo il loro nome a quello di Pat McGeown e di Lawrence McKeown che furono fermati appena le autorità inglesi decisero di accordare, in modo esplicito, quanto fosse stato richiesto, pressate dall’opinione pubblica internazionale. Qualcuno chiama in causa nientemeno che Gerry Adams, antico responsabile militare dell’IRA, convertitosi alla lotta politica nell’impossibilità di immaginare un futuro di libertà per il proprio popolo solo attraverso la lotta armata. Con lui, un altro comandante dell’IRA, Martin McGuinness, che pare non ebbe alcun ruolo durante quei giorni di dolore e di attesa.

Richard O’Rawe e Gerard Hodgins-due militanti dell’IRA- e Louise Devine, figlia dell’hunger striker Mikey Devine, accusano scopertamente Adams di aver barattato l’enorme risalto mediatico della protesta di Long Kesh con la morte dei dieci ragazzi irlandesi, per accreditarsi controparte politica con gli inglesi. L’accusa è tremenda e forte. Essi affermano che non fu solo la crudeltà della Thatcher a portare l’incrollabile decisione dei martiri alle estreme conseguenze, ma una deliberata scelta di Adams per alzare il livello dello scontro, mostrare al mondo di quali crudeltà fossero capaci gli inglesi. Gli accusatori di Adams affermano che già nel giugno di quel 1981, gli inglesi, per soffocare il clamore mediatico di quello sciopero della fame, erano disponibili ad accettare quattro delle cinque richieste irlandesi, ed a quel punto sarebbe stato opportuno interrompere lo sciopero e sedersi a trattare. Forse, di quei dieci ragazzi, almeno sette o addirittura otto, se ne sarebbero potuti salvare. E invece sia Adams, sia lo stato maggiore della più famosa delle formazioni armate gaeliche, evitarono di informarne in carcere gli hunger strikers. Queste sono accuse nero su bianco, ma c’è da dire che ancora oggi non sappiamo esattamente come andarono le cose. Gli accordi tra le parti sono coperti da sempre da una cortina di smog.

Sappiamo solo che nulla terminò dopo la morte dei dieci eroi di Long Kesh, ancora lacrime e sangue inondarono l’Ulster e la stessa Inghilterra. Finché si giunse agli accordi del Venerdì Santo del 1998, che portarono (temporaneamente, fino ad adesso) alla tregua dis-armata con la concessione di una condivisione di rappresentanza politica tra le fazioni protestante e cattolica nel parlamento nord-irlandese di Stormont.

Questo accordo fu voluto e siglato da Gerry Adams, dopo un ventennio di lotta politica come rappresentante del Sinn Fein, braccio politico della guerriglia. Non ci sarebbe stato se Adams non avesse sfruttato la morte dei dieci per farne un’icona della lotta degli oppressi? Gli inglesi, sottoposti alla disapprovazione pubblica internazionale, cominciarono da allora a tessere accordi per immaginare una soluzione politica che non scontentasse né i lealisti né i repubblicani? Chi può saperlo? Ma poi, davvero Adams si dimostrò così cinico? La politica, mi chiedo, ha davvero bisogno di questa alterità rispetto alla misericordia?

Non ho risposte, finora


Ma questo articolo e gli avvenimenti che ho raccontato, dimostrano una cosa, che nessuna azione politica può avere buon fine se le intenzioni non sono supportate da un preciso piano programmatico, dalla consapevolezza di un intero popolo, da una cultura che riconosca il vero dal falso, da una gestione della ribellione oculata e preordinata. Servono gli eroi, certo, ma servono anche le menti geniali ed esperte, seppur spietate e ciniche, per raggiungere risultati concreti sul piano pratico, per dare valore e sostanza all’iconografia dei martiri e degli eroi.


MAURIZIO CASTAGNA

28 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti