• Maurizio

Sciascia e la mitica invettiva contro i professionisti dell’antimafia


Il povero Sciascia, cantore di una Sicilia vera (“non mi capacito come in Sicilia possa operare il

Libro aperto

pacifista Dolci, in una terra nella quale se offendi qualcuno questi non porge l’altra guancia ma carica a pallettoni la lupara” - ebbe a riferire sarcasticamente) finì sotto una coltre di critiche quando, dalle pagine del Corsera, il 10 gennaio di un oramai lontanissimo 1987, attaccò i cosiddetti professionisti dell’antimafia.

Partì da lontano e ossequiando la sua professione. Lo spunto l’offrì, suo malgrado, lo storiografo Christopher Duncan, allievo dello studioso di faccende italiche, lo spocchioso Denis Mack Smith, e autore di un testo che raccontava con dovizia di documenti e particolari l’avventura anti-mafiosa di Cesare Mori, il prefetto di ferro del regime fascista. E l’acume- proprio dello scrittore di Racalmuto- venne fuori dall’analisi del testo, un po' evidenziando la sua forte compenetrazione nell’anima profonda siciliana, un po' il suo orgoglio di primogenito nella lotta contro il fenomeno mafioso. Più che nella lotta ai criminali, nell’averne individuato la genesi e lo sviluppo, prima nelle terre desolate del latifondo siciliano e poi, per la sua natura tentacolare (in quegli anni furoreggiava uno sceneggiato chiamato la PIOVRA) e la sua carica virale, un po' dovunque lungo lo stivale

Il libro offriva spunti interessanti e l’articolo non ne fu da meno. Innanzitutto, per Sciascia, il fascismo altro non era che la continuazione del Risorgimento, del lato oscuro che il falso mito risorgimentale rinnovava nel falso mito fascista. Come il Risorgimento altro non fu che guerra di conquista per la difesa di interessi, certamente stranieri, ma che riguardavano la famiglia reale, gli industriali del Nord, gli agrari, i finanzieri e gli speculatori di Borsa fino ai possidenti, così il fascismo, specialmente dopo il delitto Matteotti, parve essere fatto, mutatis mutandis, della stessa pasta, in difesa degli interessi della Corona, di imprenditori stranieri-la vicenda della “Sinclair Oil-Standard Oil” ne fu cartina al tornasole- degli industriali del Nord, degli agrari, dei finanzieri e degli speculatori di Borsa e dei possidenti. E, come i gestori dell’Unità d’Italia avevano illuso e poi sconfitto, eliminandoli o cooptandoli nelle strutture del potere regio, gli idealisti rivoluzionari, coloro che vagheggiavano una patria socialista, più giusta e, soprattutto, repubblicana, così il fascismo aveva dismesso i panni di San Sepolcro e dell’avventura fiumana, impedendo che le anime, socialista ed anarchica, del pensiero rivoluzionario e sindacale delle prime camice nere potessero inficiare la scalata del regime e le collusioni con la Monarchia, gli imprenditori del Nord, gli Agrari, i Finanziarie e gli speculatori di Borsa e i possidenti.

Tanto fu che, all’alba del Regno d’Italia, uomini come lo scrittore e garibaldino Ippolito Nievo furono assassinati e altri, come Giuseppe Ferrari, autore di un ricordo appassionato e politicamente ineccepibile, nel 1861, delle stragi di Pontelandolfo e Casalduni, finirono inascoltati e derisi. Altri terminarono amaramente i propri giorni, vagheggiando la utopica repubblica socialista. E così fu per i delusi del fascismo, come Marcello Gallian che visse modestamente e in disparte, inviso agli spocchiosi gerarchi del duce, e Berto Ricci, che condusse da intellettuale assai quotato un’esistenza da poverissimo (spartanamente) morendo in guerra contro gli odiati plutocrati inglesi, consumati entrambi dall’ideale socialista e proletario in camicia nera. Così come i briganti furono assimilati in modo grottesco alla camorra, i banditi siciliani lo furono alla mafia.

Ma Sciascia volle andare oltre. Mori fece piazza pulita dei mafiosi e dei gabellotti con la complicità dei campieri, distruggendo, con ciò, quel che restava del socialismo agrario siciliano, quello che nacque e morì nel breve volgere di stagioni insanguinate dalle baionette dei Savoia, alla fine dell’Ottocento, condividendo lo stesso destino degli operai massacrati al Nord da Bava Beccaris. Vero fu che nessuno si ribellò alle retate di Mori, il prefetto avanzò tra schiere di entusiasti non facendo distinzione tra brava gente e criminali se l’una e gli altri gli parevano nascondere inconfessabili segreti. Del resto, il carattere conservatore, benché integerrimo, dell’uomo, altro non pareva potesse mostrargli che nemici della patria, che fossero socialisti, anarchici, fascisti sansepolcristi o mafiosi. Quindi tutti dentro, dal fascista eretico Alfredo Cucco, riabilitato proprio dallo studioso inglese, ai poveri contadini affamati di Montelepre, ai capi bastone del latifondo.

E, come i Savoia, così il Duce si sbarazzò dei nemici interni ed esterni, facendo al contempo, Mussolini e i regnanti, una bella figura. I primi tessendo la balla del Risorgimento per fede patriottarda, il secondo della lotta alla Mafia nel solo nome della Legge. Anti-mafiosi per interesse, dunque, non per senso della Giustizia

Basterebbe per plaudere alla sagacia del Nostro. Non basta.

Sciascia volle andare oltre. Volle accomunare la lotta alla Mafia (per scelta politica) del Fascismo, a quella, alla stessa Mafia, dei nuovi italiani repubblicani, per carrierismo e per interesse.

Del resto, aveva o no, lui, Sciascia, capito prima di Rognoni e di La Torre e prima ancora di Falcone come andava combattuta la criminalità organizzata?

Riporto un brano da “il giorno della civetta”, assolutamente illuminante in questo senso:

«Da questo stato d'animo sorse, improvvisa, la collera. Il capitano sentì l'angustia in cui la legge lo costringeva a muoversi; come i suoi sottufficiali vagheggiò un eccezionale potere, una eccezionale libertà di azione: e sempre questo vagheggiamento aveva condannato nei suoi marescialli. Una eccezionale sospensione delle garanzie costituzionali, in Sicilia e per qualche mese: e il male sarebbe stato estirpato per sempre. Ma gli vennero nella memoria le repressioni di Mori, il fascismo: e ritrovò la misura delle proprie idee, dei propri sentimenti... Qui bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell'inadempienza fiscale, come in America. Ma non soltanto le persone come Mariano Arena; e non soltanto qui in Sicilia. Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche; mettere le mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende; revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto (...), sarebbe meglio se si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuoriserie, le mogli, le amanti di certi funzionari e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso». (Il giorno della civetta, Einaudi, Torino, 1961).

Pari pari alle iniziative (benemerite) di La Torre e di Falcone. Solo che questi ultimi pagarono con la vita il coraggio e l’intuizione, Sciascia riuscì a farla franca perché, azzardiamo, i mafiosi, di solito, non leggono i libri dei grandi scrittori. Quantomeno non ne colgono lo spirito profetico.

Sciascia però non solo capì, primo tra tutti, cosa occorresse per combattere il fenomeno mafioso e l’epifenomeno omertoso, che già allora dilagavano per la penisola, come avrebbero dilagato nel Continente e nell’intero pianeta, ma comprese che la natura dell’italiano, così come ne era uscita rinnovata e sfacciatamente ipocrita dall’Unità, aveva costituito il terreno di coltura per la connivenza tra poteri, occulti o manifesti, e la costruzione di carriere e arricchimenti, da una parte e dall’altra, come mai e poi mai nei secoli precedenti tra potere legale e potere criminale . Altro che trattative tra Stato e Mafia, non c’era mai stato bisogno di trattative, gli accordi sotto e sopra il banco erano lì, alla luce del sole, costruiti e costituiti nell’interesse comune degli uomini di potere e degli uomini dell’onorata società. Con la benedizione dei servizi segreti di mezzo mondo, soprattutto angloamericani.

E, proprio per orgoglio, volle metterli tutti assieme, i parvenu della lotta alla mafia. Del resto, fu antesignano anche in questo, nell’indicare la spregiudicatezza di chi si vuole far bello con nobili affermazioni di principio, solo per l’apparire o per guadagnarci su fama e soldi. Pensiamo oggi alla lotta al razzismo. Gli unici che tacciono, impegnati a fare piuttosto che a dire, sono quelli che si sporcano le mani come volontari nel terzo mondo, come servitori degli ultimi. Poi c’è una pletora di cicisbei che si fa volontaria per un mesetto e non di più, sia mai, magari per trascorrere vacanze diverse, ed altri che compilano manifesti politici e vanno in tivvù, agognando a una vigorosa esperienza sociale, ma ben guardandosi dal farla. I professionisti dell’antirazzismo, come lui disegnò quelli dell’antimafia.

Ma se fai, dell’universo umano che combatte l’onorata società, di tutta un’erba un fascio e conosci gli uni, ma non gli altri, rischi di buttar via il bimbo con l’acqua sporca. E, benché poi fosse stato perdonato dalla vedova Borsellino -ma non dal giudice Paolo che, anzi, l’accusò di aver delegittimato il pool con quell’invettiva contro “i professionisti dell’antimafia” - partì lancia in resta non solo contro Leoluca Orlando (Cascio) ed ebbe ragione, ma persino contro uno degli eroi più fulgidi della prima repubblica.

Per il primo, professionistissimo dell’anti mafiosità di maniera, nulla da eccepire. Già il compianto Pio La Torre volle far luce su inconfessabili liasons del padre con il potere mafioso siciliano e, benché le colpe dei padri non possono e non debbano ricadere sui figli, il solo fatto che fosse stato citato, Salvatore Orlando Cascio, da Ciancimino, come componente di famiglia collusa, provocò il suo precipitarsi a troncare il cognome composto all’anagrafe, assumendo le vesti di un “Matamoros”- a parole- dei criminali dell’onorata società, assai accorto e lesto nel scansar le trappole dell’assalto mediatico.

Assalto mediatico che vide protagonista proprio lui, proprio Orlando che, avendo costruito con padre Pintacuda - prima che quest’ultimo fosse abbagliato dal berlusconismo, ma effettivamente uomo in prima linea contro l’usura mafiosa - la sua travolgente carriera politica, trovò utile prodigarsi nell’infangare Falcone in modo spietato e a tradimento: lo ricordiamo tutti, sconvolti da quella fiera delle vanità, da quell’impostura, permessa a un sodale del potere, in trasmissioni che sarebbe utile mostrare ai figli e ai nipoti perché capiscano che questa democrazia è un viatico per le carriere dei tragici personaggi del dramma dell’anti-mafia di costume. Proprio Orlando, proprio lui, invece di tenere un basso profilo, invece di sostenere la lotta del povero Falcone, volle millantare i fatti, mostrandosi lui, difensore della Legge, e additando Falcone come colluso col Potere politico. Tale proditorio attacco fu sferrato soltanto per pura speculazione politica. Altro che invettiva del povero Sciascia contro Borsellino. Giudice che lo scrittore nemmeno conosceva. Infatti, ne aveva fatto soltanto una questione di principio, il suo j’accuse era contro la procedura che aveva portato il futuro eroe alla nomina di procuratore della repubblica di Marsala. Non conoscendo Borsellino, Sciascia non aveva motivo di contestarne la figura. Contestava il modus operandi dei vertici della Magistratura, che gli pareva simile a quello della disinvolta gestione di norme e regole in un paese in cui la Legge non è uguale per tutti. La discrezionalità gli appariva come sciatta applicazione di quelle indicazioni costituzionali che andrebbero, invece e rigorosamente, rispettate.

Ma, stavolta, oltre a individuare il bersaglio sbagliato, Sciascia non capì che, al contrario e finalmente, era stato superato il vetusto e occhiuto metodo di impaludare i magistrati valutandone solo gli anni di carriera e qualcuno, più brillante di altri, aveva deciso di investire di quella carica chi ne sapesse davvero di lotta alla mafia e non chi si era occupato fino a quel momento di cause tra automobilisti o tra coniugi arrabbiati. Il primo spiraglio di luce per premiare chi lo avesse meritato a prescindere dagli anni passati sulle “polverose carte”. E che peccato fu, qualche tempo dopo, che il CSM volle imporre Antonino Meli come successore di Caponnetto al posto di Falcone (un milione di passi indietro!)

Ma ad un profeta come Sciascia si può perdonare anche questo abbaglio (e, infatti, i Borsellino perdonarono, avendo compreso, loro per primi, poi tanti altri, che Leonardo ce l’avesse con il modo straccione e interessato degli italiani nel trattare la cosa pubblica, non con il loro congiunto).

Non posso certamente fare l’avvocato di Sciascia, né esserne all’altezza (ma che dico, nemmeno fargli da tappetino per la suola delle scarpe) come autore di pamphlet, quindi a questo punto lascio la penna e attendo il giudizio di coloro che, nella Sicilia di Sciascia, Orlando e Borsellino, vissero davvero.

MAURIZIO CASTAGNA

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