• Maurizio

Né Trump né Biden (e nemmeno sull'altra sponda): esistono poteri buoni?


Leggo, non senza una punta di curiosa incredulità, di come amici cari e meno cari, personaggi pubblici e persone che non conosco, abbiano appreso con gioia la notizia dell’elezione “messianica” di Biden alla presidenza di un Paese che è, di fatto, l’espressione più pregnante della militarizzazione del pianeta e dell’asservimento del lavoro alla speculazione finanziaria globalista. Come se l’uomo potesse cambiare i caratteri distintivi della forza e della potenza statunitense.


Certo, potrebbe essere che l’elezione di Biden apporti ossigeno alle economie europee, aumentando a loro favore il surplus della bilancia commerciale nell’interscambio di beni e servizi, di qua e di là dell’Atlantico. Ma non cambierà, se non nei mezzi, non certo nei fini, la visione imperiale statunitense della cronaca e della storia.


Mi hanno accusato di aver fatto un paragone blasfemo tra Biden e Trump. È vero, invece, che io non ho fatto alcun paragone, ho semplicemente valutato che qualsiasi presidente americano, repubblicano o democratico che sia, non possa rinunciare non dico all’esercizio globale della forza, più o meno espressa con la violenza o con l’azione politica o perfino con la diplomazia, ma che proprio non possa permettersi di rinunciare al rischio di perdere il “prestigio” della forza. Sul quale poggia la concezione imperiale statunitense. Vivono e prosperano, gli Stati Uniti, grazie alla profezia del destino messianico che li accompagna, in base alla perfetta realizzazione dell’applicazione “doverosa” della forza, quella del Leviatano vagheggiato da Hobbes, in ogni tempo e in ogni dove. Convinti di avere diritto ad esercitarla, quella forza, hegelianamente persuasi che il vincitore sia comunque il buono e il giusto e che l’etica abbia una sua corrispondenza nel potere.


Come Nietzsche discettava dell’onestà intellettuale, dell’accettazione della realtà nella sua interezza, come rappresentazione della liberazione dal «mondo dietro il mondo», dal mondo metafisico, dal buio della caverna potremmo dire, così sembra che l’accusa della Weil contro i popoli intrisi di cultura messianica, di biblicismo assolutamente privo di afflato mistico, popoli senza radici, di immigrati disperati e pronti a tutto, votati ad un ineluttabile destino imperiale, pare non potersi non applicare agli Stati Uniti, come lo fu, per la filosofa francese, per Roma e per il popolo ebraico sedicente popolo eletto (lei di famiglia ebrea, anti nazista, sfuggita alle persecuzioni hitleriane, per dire di spiriti liberi e non giacobinamente schierati)


Eppure si grida al nuovo Messia Biden, come non fosse, di fatto, il nuovo capo di quelle armate militari (e servizi segreti insondabili e criminalmente efficienti) presenti ovunque con il diritto di uccidere e devastare, utilizzate da Vanguard, BlackRock e State Street Global Advisor, i tre giganti della finanza mondialista, troppo spesso principali attori delle esplosioni di violenza “controllata” nelle varie parti del globo, in supporto agli investimenti speculativi forieri della loro spropositata potenza economica. (Così come le chiusure pro COVID aumentano la ricchezza dei titolari dell’e-commerce, prima di tutto di Amazon e di Ali Baba, nonché delle piattaforme informatiche, parliamo di Google Meet Hangouts, Zoom, Skype o Cisco WebEx Meeting Center e Microsoft Teams. Tutti colossi che, magari scegliendo paradisi fiscali come sede amministrativa, hanno un piede, o più di un piede, nell’universo a stelle e strisce, ed ovviamente non ci riferiamo ad Ali Baba).


Gli Stati Uniti sono un concentrato di violenza, all’interno e all’esterno dei propri confini. Quella interna non è che lo specchio di quella esterna e nessun presidente può opporvisi.

Anzi, qualsiasi presidente la applichi, quella violenza, o con ingiuste sanzioni che condannano alla fame popoli in ginocchio, già vittime delle proprie leadership, come ha fatto Trump o con il sostegno a bande criminali come ha inteso fare l’amministrazione Obama in Siria, risponde alle esigenze della politica di Potenza degli Stati Uniti.


Se, invece, l’entusiasmo per Biden nasconde la deresponsabilizzazione nel perseguire un percorso di condivisione umana e di solidarietà sociale, affidando, a un personaggio terzo, il mitico ritorno all’ Età dell’oro e del progresso, senza alcun impegno morale da parte nostra, illudendo la nostra coscienza, sgravandoci da sacrifici doverosi in nome della carità verso il prossimo e dell’edificazione del Vero e del degno di essere vissuto, è un altro conto, ma permettetemi di non apprezzare.


E non perché mi schieri con questo Biden o con quell’altro Trump, ma proprio perché qualsiasi cosa si pensi degli Stati Uniti, bisogna prima considerarne la loro propensione, direi quasi la necessità, all’esercizio della forza e della violenza. Come Roma imperiale, espressione massima del potere nei tempi antichi, ci ha donato sì la cultura del diritto e l’eccellenza del sapere nei campi più disparati, dall’ingegneria all’architettura, alla letteratura, così la scienza, negli Stati Uniti, ha progredito nella ricerca e nell’applicazione delle nuove tecnologie a sostegno del lavoro e della medicina, pur tuttavia non possiamo dimenticare che l’egemonia americana, come quella romana con la schiavitù e le persecuzioni, ha prodotto l’atomica di Hiroshima, il napalm del Vietnam, le bombe incendiarie di Dresda e Napoli, quelle al fosforo bianco scaricate in medio Oriente, le armi all’uranio impoverito che hanno falcidiato uomini e bestie dall’Afghanistan al Kossovo. Tanto per limitarci all’inganno della “guerra giusta”, sotto presidenti democratici e repubblicani, inganno perseguito senza vergogna e senza umanità.


E, ancora, senza dimenticare che il loro sistema sanitario è uno tra i più iniqui del globo, e non è mai stato emendato, se non per piccoli accorgimenti (inganni) più per la platea giacobina e per l’esaltazione mediatica dei giornalisti embedded, che per autentica passione umanitaria, né da presidenti repubblicani, né da presidenti democratici. E non sarà cambiato da Biden, del quale, ripeto, non mi importa nulla come persona, come nulla mi interessava di Trump.


Sapete, infine, cosa è giusto ricordare? Quell’assunto un po' gaglioffo e un po' fariseo, quell’assunto popperiano, chiamato “paradosso della tolleranza”. Quello che permette ai poteri dello Stato sedicente democratico, fondato sulla “legalità”, sulla giustizia e su un patto sociale chiamato Costituzione, spregiudicato ma deciso a conservare ai dominatori il potere effettivo, di dover (poter) essere intollerante con gli intolleranti. Per difendere la stessa legalità e la stessa giustizia che consacrano i dominanti (altrimenti detti oppressori) al potere. Gli americani, da duecento e passa anni, decidono, con sfrontata improntitudine, chi siano, in patria e all’estero, gli “intolleranti”, utilizzando l’intolleranza (e la ferocia e l’inganno) per tutelare la democrazia (e il potere delle armate imperiali e un’economia fondata, essenzialmente, sulle Corporation mondialiste e sulla speculazione finanziaria). E chi decide chi siano gli intolleranti?


Continuerò a cercare la verità senza distinzioni di colore e schieramento, senza soggiacere alla vergogna dell’appartenenza di parte a prescindere, convinto, come la Weil che, se qualcosa debba essere soppresso, queste sono le appartenenze politiche (“…non si pensa quasi più, se non prendendo posizione pro o contro…nelle scuole non si sa più stimolare il pensiero critico dei ragazzi…se non spingendoli a prendere partito pro o contro un determinato pensiero…”).

Invece, il giacobinismo è il desiderio della conformità a un pensiero prestabilito. La presunzione di aver ragione “a prescindere”. In questo modo ci si rifiuta di considerare i fatti alla luce del proprio discernimento, di vagare sgomenti nelle profondità della nostra anima, sapendo in anticipo che, una volta al cospetto della Verità, potremmo essere costretti ad ammettere i nostri errori, gli sbagli, la presunzione che ci aveva spinti a giudicare questo e quello senza spirito critico, senza metterci, prima di tutto noi stessi, in discussione.


Quindi né Biden né Trump, né repubblicani, né democratici. Quindi niente adesione alle esigenze del nuovo Impero. Non che dall’altra parte ci siano i giusti e i buoni, il socialismo finanziario cinese (talvolta mafioso nei comportamenti) è quanto di peggio si possa immaginare e subire.


Eppure, da qualche parte, forse nei nostri cuori, potremmo vagheggiare un tempo diverso, nel quale la cultura e la speculazione filosofica possano indirizzare gli uomini alla pace e alla concordia. Nel nome dell’Etica. Il giacobinismo, al contrario, resta il frutto amaro della presunzione di essere “giusti”, i “migliori”, l’arma totalitaria a disposizione degli oppressori e del Sistema Dominante (non necessariamente valutata come tale dagli stessi giacobini).

MAURIZIO CASTAGNA


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