• Maurizio

Le passerelle tra medaglie olimpiche e paralimpiche

Le passerelle tra medaglie olimpiche e paralimpiche

Un atleta disabile al sollevamento pesi
Sport per tutti

Anno aureus quello corrente, per lo sport. Fioccano medaglie di ogni tipo, tra Olimpiadi e Paralimpiadi. Atleti con il tricolore in bella mostra vincono campionati europei e mondiali, si riscattano nel tennis, arrivano a dominare manifestazioni leggendarie come la Parigi-Roubaix. Bene per loro, non amo più l'agonismo, seguo poco lo sport sebbene io lavori in una Azienda che gestisce impianti sportivi. Mentalità, cose mie. Quindi applausi a loro, se hanno bisogno di applausi, soldi meritati se il vil denaro oscura la voglia semplice e genuina di migliorare le proprie prestazioni Quello che non va giù a chi come me ha seguito sindacalmente il calvario delle società sportive, dei collaboratori e dei dipendenti, dei dirigenti e degli atleti, l'odissea tra ristori e sostegni mai versati grazie a furbate normative, il crollo dei piccoli proprietari e la resa dei grandi gestori a chi arrivava con soldi tintinnanti (fondi speculativi e mani criminali) in questo oscuro periodo della pandemia, sono le passerelle non dovute dei decisori pubblici, come se un qualche merito possa essere a loro ascritto.

Purtroppo gli atleti sono dei conformisti, abituati a sacrificarsi e a lottare ogni giorno, nelle piscine, nelle palestre, sulle strade, nei campi di tennis o di calcio, hanno l'adeguamento agli ordini come stella cometa del proprio percorso esistenziale. Quindi, quando i capi chiamano (potrebbero essere i loro allenatori, i loro insegnanti, i dirigenti federali) rispondono come quello là "Obbedisco". Consentendo a chi del loro mondo proprio non importa nulla, di "fare passerella", di vantare meriti che non appartengono a una classe politica distratta e stracciona. Non fosse che questo! Invece questa autentica pantomima ha devastato le società sportive italiane, in un periodo di mancate decisioni, di millantati sostegni economici, con misure dette di contenimento del virus che facevano a pugni con la gestione oculata degli impianti sportivi, di qualunque tipo fossero, con la salubrità, conclamata da studi scientifici, dei centri polisportivi e soprattutto delle piscine. Evito di elencare le pubblicazioni tecniche di settore e di citare quelle soluzioni organizzative che sarebbero servite non solo a contenere l'ipotizzabile contagio, ma persino a gestire il tracciamento degli eventuali positivi

Anche il fenomeno del paralimpismo ha contribuito a mascherare il disinteresse di questi decisori pubblici ignavi e bugiardi per il mondo della disabilità, quello reale, quello del disastro sociale che lo marca a fuoco, destinando pochissimi fondi alle strutture di servizio e nessuno o quasi alle famiglie Per lo zero virgola degli atleti paralimpici abbiamo un 95% di disabili che non fa attività motoria, abbandonati a sè stessi, in una immobilità o diversa mobilità che li costringe al peggioramento delle condizioni di vita. E del disagio sociale che provano, sentendosi come degli esclusi. Quell'altro 5% poi, non riesce nemmeno ad entrare nel collo di bottiglia degli atleti agonisti, trova negli impianti persone poco preparate per sostenerne l'inclusione sociale. Ad onta degli sforzi dei volontari e delle stesse società sportive. e del terzo settore.

Chiedo agli atleti di essere più ribelli, di non conformarsi alle voglie del partito vincente, del potente di turno, della democrazia millantata. Eppure non ci vuole molto coraggio, basta un educato "non vengo". Ma forse i nostri atleti non hanno l'ardore e l'ardire della Caslavska, nè sentono il dolore della Comaneci, non conoscono il silenzio coraggioso di Luz Long, non posseggono il cuore vibrante di Smith, Carlos e Norman, l'anima fiera di Alì e di Diego Maradona. Eppure sia la cecoslovacca che la rumena, come il tedesco, dovevano pur qualcosa ai regimi che ne organizzavano e sostenevano la vita sportiva, investendo notevoli risorse nella loro attività. Gli altri vivevano nei cosiddetti paesi occidentali, ma trovarono spazio solo le loro salutari ribellioni a sistemi perfidi se non corrotti. Niente, ai nostri atleti, nati negli anni del consumismo feroce e distratto, basta un passaggio nelle televisioni generaliste e un sorrisino dal potente di turno. Anche l'atleta tende a consumare la sua vita sportiva tra successi e vittorie, come alienato dalla società civile, dalla società della condivisione, dell'obbligo verso chi resta dietro e che ha bisogno del sostegno del forte per trovare giustizia. Diogene cercava l'Uomo, io attendo ancora un atleta che rispetti la sua Umanità, e si ribelli Maurizio Castagna

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