• Maurizio

L’Italia non ha vinto nessuna guerra, perché l’Italia non esiste

Non esiste per come l’hanno disegnata le potenze straniere che così la vollero

Non esiste per come l’hanno voluta e desiderata coloro che, per proprio tornaconto, hanno imposto fosse proprio come essa è oggi, un inutile baraccone di personaggi oscuri e di lacchè ricoperti d’oro, le cui immagini sono venerate dal pensiero corretto come icone ortodosse.

Non esiste e non può esistere per i mille misteri che ne segnano il cammino storico, per le mille stragi che ne insanguinano il vivere civile, per i mille ricatti verso i cittadini probi, per le mille torture inflitte a un popolo obbediente per natura, per gli inconfessabili vizi di una classe politica sempre ferocemente padrona in casa propria e vilmente prona al nemico di turno e, fuori dai propri confini, agli ineludibili diktat dei vicini di casa.

Eppure, ovunque sia stato aperto un dibattito promosso dai maitre a penser di turno, ovviamente chiamati a condividere suggestioni politicamente corrette ed altre “prebende”, questa inesistente Nazione chiamata Italia viene incensata, benedetta, difesa oltre ogni possibile logica. Si inventano nuovi improbabili eroi e quelli veri sono pudicamente dimenticati, a meno che non servano a nuove forme di retorica nazional-popolare; si falsificano le indagini di coraggiosi magistrati, si esaltano le virtù “patrie” di mascalzoni chiamati, talvolta, persino onorevoli e senatori, si scrive una nuova storia comune, utile a diffondere il Verbo che il potere ha interesse a dichiarare unico e incontestabile, manco fosse le Tavole della Legge.

Comincia, questa “storia patria”, con le navi britanniche che pattugliano le acque siciliane, confortando l’avventuriero Garibaldi, il pavido e fin troppo osannato Peppiniello, con bollettini che gli garantissero che quell’ufficiale borbonico e quell’altro pure fossero stati corrotti dalle “piastre ottomane”e perciò che “avanzasse pure tranquillo”. E continua con la morte di Ippolito Nievo, piccola oasi di generosità ed onestà, persa in un mare (proprio, ahimè, nel mare) popolato da canaglie e squali. La sentenza contro l’intendente di finanza Ippolito Nievo fu dettata dai massoni, antipapisti britannici, perché mai si sapesse del loro apporto (invece essenziale) alla causa dell’invasione, e dai Liberali di Torino e dai Garibaldini stessi per celare la predazione del Banco di Sicilia (dopo, la banda del buco, con successo, avrebbe “rifatto l’impresa” con quello napoletano). E il siciliano La Farina, finito a Torino alla corte di Cavour, tornando in Patria, nella Sicilia del dittatore dalla camicia rossa, non riuscì a trovare prove lampanti del malaffare garibaldino e fu rimandato indietro a mani vuote (i garibaldini corrotti non avrebbero mai spartito il malloppo con i sabaudi). Malgrado ciò i cavouriani, visto che Garibaldi ancora avrebbe potuto servire la Causa e avendo costatato quanto fosse in auge presso la Corona britannica (che magari ne apprezzava la valenza di ex capitano di navi “negriere”) pensarono di annegare una delle poche persone oneste finito in Sicilia dalle brume di Quarto. Tutti d’accordo, inglesi, sabaudi e camicie rosse.

Fatta tra eccidi e ruberie e falsi plebisciti l’Italia, dopo un decennio di ingloriose e sanguinose avventure coloniali, quando si provvide a versare, per inesausta vanagloria di questo o quel ministro, sangue innocente dall’una e dall’altra parte del fronte, ecco le fucilazioni degli operai milanesi da parte della cavalleria di Bava Beccaris, su ordine del re, ecco gli efferati assassini dei sindacalisti dei Fasci socialisti siciliani ad opera degli sbirri di Crispi e dei picciotti della nascente onorata società, ecco i furti e le ruberie che connotarono mezzo secolo di nuova Italia, fino allo scandalo della Banca Romana, occultato per non far cadere teste (quasi) coronate. Ma che fece morti e feriti tra i piccoli risparmiatori e i piccoli imprenditori, come un secolo e qualche anno dopo anche quelli di MPS, Banca Etruria e Popolare di Vicenza, con i loro crac annunciati. Banche gestite da giocatori delle tre carte, ma difese senza mezze misure dai vertici della politica.

E poi la Grande Guerra, ignominiosa storia di un Trattato tradito e di 650.000 ragazzi mandati a morire inutilmente per soddisfare gli appetiti del Re, “accomodato” con solide azioni in società petrolifere e finanziarie. Per sostenere le mire di Mussolini e degli altri interventisti ex neutralisti, soddisfatti da generose prebende britanniche- di là da venire la “perfida Albione”- e, soprattutto, la sete di profitto di FIAT e Ansaldo, fautrici di una produzione ed una economia di guerra, a prescindere da torti e ragioni, ma che le sostenessero finanziariamente. Per l’acquisizione, in definitiva, di territori che avremmo ottenuto restando neutrali.

Eppure sino a ieri, in RAI nei programmi di Storia, ancora si festeggiava l'inutile carneficina, addirittura esaltando il "re soldato" (che mai sentì fischiare una pallottola al proprio orecchio) e tacendo delle spregevoli decimazioni, contro poveri cristi, da parte di squalificati generali. Con le Brigate dei popoli sottomessi, quello meridionale e quello sardo, cartine di tornasole dell’esercizio preferito dai colonialisti (sabaudi in questo caso): il diffamare e denigrare i popoli colonizzati. La Brigata Catanzaro fu decimata per esemplare punizione, visto che si trattava, in fondo, di minus habens, dei “criminali per forza” disegnati da due imbonitori di piazza passati per scienziati, Lombroso e Niceforo; e la Brigata Sassari, ricordata da Lussu nel suo “Un anno sull’Altopiano”, fu mandata altresì al macello in virtù delle caratteristiche “primitive” del popolo sardo, aduso a comportarsi “come gli animali che difendono la tana”. Questo scrivevano e pensavano i “conquistadores”, e mi domando a quale ragione attingessero, provenendo da una corte di montagna, famosa solo per aver prodotto qualche militare di carriera, anche abbastanza tonto.

Poi la parentesi del fascismo, l’esaltazione di una italianità militare e violenta che non c’era, una rivoluzione sociale tradita e trascorsa, una terribile avventura coloniale fatta di stragi e gas tossici, infine una tra le più disumane guerre civili che la storia possa ricordare, dopo una assurda partecipazione al secondo conflitto mondiale, con rossi, bianchi e neri che uccidevano e stupravano senza nessuna umana pietà. Non tutti, naturalmente, ma moltissimi si.

E la tragedia di Portella delle Ginestre, millantata strage per opera di un povero bandito di paese e invece sanguinoso ricatto attuato contro la nostra sovranità territoriale, contro il libero esercizio del diritto all’autodeterminazione dei popoli.

E poi ci fu la vicenda Mattei, ucciso dopo essere stato minacciato violentemente e a più riprese da statunitensi e inglesi, ma più ancora dai francesi, invasori e padroni in terra d’Africa di nazioni sottomesse con la violenza, come quella algerina. Accadde quando il geniale imprenditore volle appoggiare la causa del Fronte di Liberazione Nazionale del grande paese nordafricano, rinunciando persino a far parte dell’invitante “cartello” delle sette sorelle e dell’industria petrolifera d’Oltralpe, pronti, quei cinici magnati, a sfruttare le risorse di quella terra e di altre libere Nazioni, immiserendole. E fu anche minacciato, Mattei, per il petrolio russo e l’interscambio, con l’Unione Sovietica, di materiale di alta tecnologia. Nemmeno questo gli fu perdonato. Benchè la stessa cosa avesse fatto la Germania, in principio di quegli anni sessanta, alla quale, peraltro, allora come adesso, viene perdonato tutto e il contrario di tutto (la cambiale di Dunkerque?)

Ma bisogna che si consideri la strana fine di Olivetti, e l’incidente ancor più strano con cui fu fatto fuori (sensazione dal cor fuggita) Mario Tchou, il genio dell’informatica italiana.

Dopo Mattei e dopo Tchou, noi non contammo più nulla nel panorama dell’industria petrolifera e dell’industria informatica (nella quale, con il geniale Adriano, eravamo all’avanguardia). I nuovi boiardi di Stato, assieme ai personaggi della politica di allora, provvidero a venderci allo straniero. Allora come nei primi anni novanta, come tragici ricorsi vichiani.

E che dire della fine di Mauro De Mauro e di Pasolini, proprio mentre erano arrivati a un passo dalla verità, dallo scoprire o rivelare i nomi di coloro che, dell’omicidio di Mattei, furono i mandanti? Che dire sulle indagini condotte da Bruno Contrada, che ne riferì ma non diede corso alle conclusioni, sul caso De Mauro, riguardanti boiardi di Stato e personalità pubbliche? Ma più ancora delle dichiarazioni del compianto Boris Giuliano, in merito alle pressioni dei servizi nel chiedere di non investigare sulla morte del giornalista?

E della morte di Moro, che dire della morte di Moro, l’unico democristiano che si fosse opposto con vigore all’annullamento progressivo, che si stagliava all’orizzonte, della sovranità italiana, in economia e soprattutto in politica estera, cinica operazione messa in atto da chi? Dai compagni di partito, o da questi e dagli Stati Uniti, dalla CIA e dal MOSSAD? O da chi altro?

E’ davvero strano che, come per la strage di cui fu accusato Giuliano a Portella, fossero decisive proprio le indagini balistiche per chiarire i controversi contorni delle vicende accadute. Se in Sicilia, i periti balistici, hanno potuto affermare con forza che Giuliano non potè materialmente sparare, visto che furono trovati bossoli di pallottole di armi che i banditi non avevano in dotazione, così gli stessi esami indussero i tecnici a rilevare che i bossoli trovati sul luogo del rapimento Moro fossero di pallottole di armi in dotazione ai “corpi speciali” non “convenzionali”. Nell’uno e nell’altro caso, i faldoni vennero chiusi e nessuno indagò.

Dopo la fine di Moro, vennero smantellati i presupposti della sovranità monetaria dello Stato e, in definitiva, della stessa Sovranità sancita dalla Costituzione in nome del popolo italiano. E con uno scopo ben preciso. Di conseguenza ci furono gli attacchi speculativi contro la lira, e le genuflessioni di Maastricht e poi di Lisbona, quando le potenze “alleate” ci costrinsero a una “pace umiliante, senza guerra combattuta”

(Craxi, dovremmo per paradosso definirlo un uomo fortunato, non fu ucciso per il moto di orgoglio dimostrato a Sigonella, ma “soltanto” esposto al ludibrio pubblico ed esiliato. Non entriamo nel merito, riportiamo fatti).

C’è ancora un parallelismo tra la vicenda Moro e quella di Sigonella. Al tempo di Moro, il vice segretario di Stato americano Steve Pieczeny era consulente del nostro ministero dell’Interno e negli anni ottanta Michel Leeden era assieme consigliere della Casa Bianca e consigliere del SISDE.

Due cani da guardia, in nome della nostra minorità d’azione politica.

E con Moro sono stati eliminati i generali Galvaligi e Dalla Chiesa che, di quell’omicidio, intuirono molte cose. Benchè, si disse, Galvaligi fosse stato ucciso per aver stroncato una rivolta brigatista in carcere e Dalla Chiesa dalla mafia. Il generale Dalla Chiesa, sempre guardingo nella sua vita, da prefetto di Palermo fece la “sciocchezza” di farsi venire a prendere dalla giovane moglie senza auto blindata. Ma vi pare? Evidentemente non temeva la mafia e pensava che, chi in quel momento lo stesse minacciando, non avesse l’ardire di ucciderlo.

Che dolore e che vergogna il dover ricordare tutte le stragi di stato, senza che di esse si sia individuato il movente, il colpevole, la ratio. Il dramma dell’Itavia, colpito da un missile “alleato”. La tragedia della Moby Prince, colata a picco perché in questo oramai non più nostro Mare Mediterraneo si aggirano, e segretamente, navi straniere, facendola da padrone, fin sotto le nostre coste.

E gli Spread…gli spread ai giorni nostri. Noi sempre in attivo nei conti relativi al saldo primario di bilancio, virtuosi che più non si può, obbligati da una insana norma, inserita nella Costituzione da chi evidentemente tendeva a svuotare quella Costituzione di contenuti sociali, a non fare “deficit spending”: e come potremmo crescere senza investire nella creazione di nuovi posti di lavoro, nel lavoro di impresa, nel lavoro dei giovani? E le nostre banche? Le nostre banche sono le più virtuose, mentre quelle dei nostri “alleati” del Nord Europa sono cariche di titoli tossici. Che potrebbero far deflagrare una nuova bolla finanziaria, come quella del 2008. Eppure i “cattivi gestori” siamo noi, ce lo diciamo da noi, millantando a nostro danno.

Eppure questa terra era ricca, ancorchè divisa in Regni, Ducati, Signorie, Liberi Comuni. Ricca di ingegni, di artisti, di scienziati, filosofi e letterati. E persino di Capitani di ventura perché, alla fine dei giochi e delle giostre e delle alleanze mutate e mutevoli, quelle Nazioni italiche avevano in pugno i destini del mondo. Unite da una sola Cultura, una Cultura unica tra tutte. Oggi, uniti per volontà straniera e in questo modo, siamo una disperata entità, disperata e disprezzata. Non sempre è la somma che fa il totale, come recitò, con ironia sottile, il grande attore Totò.

Finché questo paese non farà i conti con la Verità resterà terra di criminali, venduti e corrotti. Una parodia di Stato.

Ci sarebbe bisogno di un olifante che suonasse e richiamasse le avanguardie finite chissà dove, in un mondo alieno, nei gorghi della Storia, cavalieri senza paura, per riportarci indietro, in quel mondo di popoli italici che, di questa Italia e di questi italiani, non saprebbero che farsene. (Maurizio Castagna)

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