• Maurizio

Il dolore, la ragione e l’arpa birmana

Aggiornato il: giu 27

In questi giorni, “il giorno del ricordo”. Chissà perché distinto da quello “della memoria”.



Spero non strumentalmente.

Come se a dover ricordare fossero solo parenti ed amici, uniti da un cordoglio silenzioso e senza aspettative di giustizia e il Giorno della Memoria, invece, sottolineasse un fardello da portare appresso con l’umanità (o disumanità) intera, pronti alla vendetta.

Sono le letture che gli uomini fanno degli avvenimenti, di quelli più efferati, che poi determinano altri lutti, altro odio, altra crudeltà, altre vendette. Mentre chi può, sottilmente, sfrutta il dire e il pensare, la cronaca e la storia a suo vantaggio, strumentalizzando sia i giorni del ricordo che quelli della memoria.

Sento dire, leggo quel che si scrive sulla tragedia delle Foibe: “ma si, forse ci sono stati eccessi, forse qualche criminale ha esagerato, ma non si può non fare una netta distinzione tra chi professa ideologie di destra e chi ne professa di sinistra, chi è contro i poveri e chi ne preannuncia l’emancipazione dal degrado”.

Questa frase, a prescindere dalla generica indicazione di tipo ideologico, è intrisa di tutta la cattiveria possibile in un essere umano. Farebbe il paio con chi negasse i forni crematori ad Auschwitz-Birkenau, adducendo mancanza di prove, forse perché il gas è evaporato, le stanze sono vuote, le fosse comuni oramai non nascondono più cadaveri.

Io mi chiedo come davanti all’orrore si possa procedere per distinguo, per allusioni, per ideologie e in nome di queste tutto giustificare, tutto contraddire, fino alle sottili ipocrisie “sì, forse c’è stato il Male sul Carso, ma non ne ho le prove…forse si, i lager, ma non sono sei milioni, che esagerazione…”. Ho messo assieme queste due asserzioni perché una speculare dell’altra. Una vile quanto l’altra. Una “assassina” quanto l’altra.

Da anni si ripete che il dolore va equamente riconosciuto e poi condiviso. Solo così l’Uomo risorgerà dalle sue ceneri. Perché è proprio da farisei attendere che risorga solo Lui, e ci cacci dagli impicci.

Le ideologie oramai vanno ridiscusse e ripensate, perlomeno rilette. Anche, e soprattutto, quella genericamente definita come “liberista”, immersa nel lavacro del concetto di democrazia, potendo, in tal guisa, produrre altri orrori, altre discriminazioni. Mi accorgo dell’ignoranza di chi afferma ed asserisce, senza ripensamenti, come se l’uomo fosse un sistema software, incapace di elaborare autonomamente pensieri e concetti. Al contrario, quelli e questi, dovrebbero essere intrisi di pietas, che pur dovrebbe informare chi ancora crede nel bene e nell’innocenza, e dovrebbe portare a studiare la storia e i passaggi dell’ignominia con assoluta equidistanza, con salomonica saggezza, con indifferibile equilibrio etico.

Non scrivo solo da Cristiano. La civiltà greca, quella della vergogna, dovrebbe suggerire all’Uomo che esistono, prima delle follie del potere (che sia di sinistra o di destra, democratico o tirannico, liberista o assolutista) dei άγραφοι νόμοι (leggi non scritte, immerse nella coscienza dell’uomo) che sono guida e sentiero del cammino dell’Umanità.

I greci ci hanno insegnato che civiltà è quella che poggia sull’adesione a principi comuni a tutto il popolo, modelli di comportamento che definiremmo oggi figli del dettato del diritto naturale delle genti. La “civiltà della vergogna” degli antichi greci indica che l’Uomo è solo davanti alle sue turpitudini e ai suoi eccessi. Che ognuno è colpevole della colpa del fratello finché, da quella, il fratello non si emancipa. Riconoscendola e meritando una punizione che però non è comminata, ma vissuta con dolore nel proprio animo. La vergogna nell’ammissione della colpa, dell’errore elevato a propria ragione, giustificato come necessario alla propria brama di potere e di prevaricazione è vissuta a livello psicologico come crisi di coscienza. Ma anche come vulnus, davanti alla riprovazione del popolo stesso, delle persone comuni, per il disprezzo che attira. L’uomo greco viveva il comportamento malvagio come crollo della stima di sé, come emarginazione dalla vita della Comunità.

Quel che veniva profondamente sentito in tempi comunque sanguinosi, l’uomo moderno rifiuta di accettarlo. La prosopopea del giudizio a prescindere, il porsi dalla parte del “comunque ho ragione io” giustificando a priori e a posteriori ogni crimine, ogni malvagità, la strumentalizzazione di ogni avvenimento per interessi economici, di potere, di struttura sociale, rendono l’uomo del ventunesimo secolo un automa senza coscienza. Tanto più, per la diffusione di sistemi di informazione globali che indicano un solo modo di pensare, un solo modo di agire, i buoni e i cattivi quando conviene e ad usum delphini, le parole d’ordine, i comportamenti, i giudizi, le guerre, le discriminazioni, la lettura degli avvenimenti. Tutto il neo-pensiero è intriso di disumanità. E, difronte al crimine, io non posso schierarmi dall’una o dall’altra parte, difronte al crimine io sono con il soldato bonzo giapponese che suonava la sua arpa birmana per amici e nemici. Icona perduta nella follia omicida e nell’odio di questa società dei consumi. Che consuma sentimenti e ninnoli con la stessa noncuranza e la stessa supponenza. Il cantore con l’arpa, simile ai vati della poesia greca che cantavano eroi e drammi umani, come anelito ad una società migliore. Non necessariamente più pacifica, non necessariamente più giusta. Antigone illustra la pietas, non riconosce, dopo la sanguinosa battaglia, il fratello nemico da quello amico. Evidentemente esistono ancora gli Eteocle e i Polinice. Si dimentica persino che la madre divina di Achille aveva predetto una morte poco gloriosa al figlio, dopo aver ucciso Ettore ed averne straziato il corpo. E il furore dei partigiani della ragione per forza, di destra o sinistra, democratici o assolutisti, liberisti o statalisti, offuscano il sentimento comune e il dovuto disprezzo per i criminali per opportunità, quasi sempre, e per presunzione, troppo spesso.

Ciò non vuol significare non prendere posizione, non avere dubbi e certezze, certezze sempre mitigate dal dubbio. Non vuol dire, come gli sprezzanti neo-giacobini oggi affermano, esser qualunquista. Anzi, vuol significare che ogni lettura della cronaca e della storia, benché elaborata in un’ottica personale, deve coraggiosamente indicare ragioni e torti, di quelli che sembrano condividere il nostro modo di pensare e di quegli altri che, al contrario, combattono le idee che negli anni si sono formate nella nostra testa e nella nostra coscienza. E ci vuole coraggio ad ammettere errori, a indicare discriminazioni, a fuggire violenze, se queste azioni si moltiplicano e diffondono nei comportamenti di coloro dei quali condividiamo il pensiero.

Se continueremo ad amare gli Eteocle (ma quante volte gli Eteocle sono amati solo strumentalmente, perché diventano impudicamente lo scranno della volontà di dominio degli uomini che governano il mondo) e ad odiare i Polinice, ci avvieremo verso una foiba ben più profonda di quelle carsiche, ci immergeremo in essa per nostra volontà, precipiteremo attraverso le sue pareti scoscese fino all’ultimo girone dell’Inferno. Senza possibilità di risalirne i pendii e di indicare un cammino di giustizia ai nostri figli

Maurizio Castagna

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