• Maurizio

Il diritto alla salute, il diritto al lavoro

Aggiornato il: giu 27

Quanti anni son trascorsi, da quel dopoguerra, il secondo?

Mondine al lavoro

Mille braccia avanzarono ai confini di un paese distrutto, affamato e sconfitto.

Furono resi dalla patria come ostaggi nelle

miniere piene di carbone e grisù, lassù nel Belgio che li reclamava, trattandoli, comunque, da infetti.

Morirono in tanti, morti giovani, nel pieno degli anni belli, ma la patria aveva bisogno di quel sacrificio, per ottenerne in cambio l’energia necessaria a sopravvivere.

Allora, il diritto al lavoro aveva più dignità del diritto alla salute

Allora andava bene.

Più tardi cominciarono a morire a Bagnoli, dove l’ILVA sprigionava fumi di morte e di acciaio liquefatto.

Morirono e si ammalarono in tanti, giovani padri di famiglia, i loro figli a contatto con quelle esalazioni, ma la patria aveva bisogno di ricchezza, non c’erano storie.

Allora, il diritto al lavoro aveva più dignità del diritto alla salute

Allora andava bene.

Poi accadde a Milazzo, accadde di nuovo ad Augusta, accadde a Priolo Gargallo.

Le società del petrolio raffinavano senza sosta, uccidendo senza sosta uomini maturi, lavoratori infaticabili e, a centinaia, i loro figli, figli bambini.

Ma la patria aveva necessità di aprire gli spazi necessari alle sette sorelle, all’industria italiana del dopo Mattei, senza protezioni, senza cautele, a fronte di royaltees da fame. Da fame, ma che costituivano un ponte tra le multinazionali e la mafia, le multinazionali e i corrotti di stato.

Allora, il diritto al lavoro aveva più dignità del diritto alla salute

Allora andava bene.

Poi accadde a Taranto con la nuova ILVA, che mietè morti come la vecchia ILVA, sanguinaria falciatrice in una nuova Spoon River, con le tombe che avrebbero voluto testimoniare.

Allora, il diritto al lavoro aveva più dignità del diritto alla salute

Allora andava bene.

Poi la morte salì al nord, si fermò nel Monferrato e l’asbestosi provocata dalle lastre d’Eternit cominciò a reclamare ostaggi, ostaggi morti, morti ben presto e morti con lunga sofferenza, padri e figli, figli giovani e padri forti

Ma la patria aveva bisogno di quei manufatti, di quegli investimenti stranieri, chiudeva un occhio, la patria.

Allora, il diritto al lavoro aveva più dignità del diritto alla salute

Allora andava bene.

Poi Porto Marghera e la Basilicata e i morti per i fumi tossici non conobbero più differenze di vedute, di storia e di liturgia.

La patria aveva bisogno si lavorasse e i morti, giovani o vecchi, che importa, potevano far chiasso come i morti sanno fare, senza emettere grida, senza protestare.

Allora, il diritto al lavoro aveva più dignità del diritto alla salute

Allora andava bene.

Poi venne la terra dei fuochi, perché la corruzione e il malaffare avessero spazio per i propri traffici, tanto i bambini, quando muoiono, lo fanno in silenzio, con dignità, bocche in meno da sfamare oggi, giovani senza lavoro da non occupare domani.

La patria aveva bisogno di far andare avanti la macchina industriale, di non dilapidare risorse per la messa in sicurezza dei rifiuti tossici, decine di bare bianche fuori le chiese, ieri e oggi, non fanno impressione, sono piccole, manco si vedono come i carri funebri dell’esercito, grandi,

belli e incolonnati che passano ogni sera alla televisione

Allora, il diritto al lavoro aveva più dignità del diritto alla salute

Allora andava bene.

Oggi, che rischiamo la morte noi anziani e noi vecchi, ma non in quella misura orrenda, non in quel disinteresse disumano, non a goccia a goccia, oggi che le cure stanno sopravanzando le parole e i bravi medici stanno zittendo le prefiche della burocrazia malsana, oggi invece il diritto alla salute non ha paragone e il diritto al lavoro è un orpello inutile.

Oggi, perché forse indebitarsi è cosa buona e giusta, oggi perché il popolo chieda e non ottenga? E perché il ghigno dello speculatore strozzino spenga ogni futuro di libertà?

Insinuo? No, chiedo. Perché non capisco questa virata a 180° che spegne, ed è ciò che fa più male, ogni gesto di umana vicinanza, di affetto e di pensiero nobile.

Vedo nonni che allontanano nipotini, amici che si accusano l’un l’altro, uomini in divisa che dimenticano di dover proteggere e non umiliare, una nuova colonna infame resta scolpita in troppi cuori.

Senza un progetto l’uomo muore. Muore anche quando l’Autorità gli nega qualsiasi possibilità di autogovernare le proprie azioni rendendolo ed indicandolo come un minus habens, un sottoprodotto industriale, scarto delle elites che dirigono il paese.

Onore e dignità negati e, come i greci indicavano l’essenza della persona nella parola “philotimon” che significa “amico e onore” e potremmo tradurre come “l’altro da me, nel rispetto reciproco”, così, oggi, non abbiamo la stessa immagine di noi stessi.

Oggi, io mi sento offeso da questa Autorità che non mi rispetta e mi ritiene incapace di autogovernarmi.

Oggi che nessuno, tanto meno l’autorità, coglie gli aspetti più diversi di questa eccezione virale, oggi che nemmeno chi governa comprende come debba organizzarsi il lavoro e la vita civile, esiliandosi in un Aeropago di “aristoi”, oggi che ci colpisce, certo, un male potente, ma come tante volte nella storia dell’Umanità, un male nemmeno terribile come la peste antonina o come l’influenza spagnola, tanto per citarne due, di quegli infausti periodi nei quali comunque mai l’umana gente ha reso le armi alla paura, oggi, io chiedo: che ci è capitato, specialmente a noi anziani, noi che spinti da timore per noi stessi neghiamo un futuro ai nostri figli?

E concludo, per chi vuol capire (o per chi può capire) con le parole di Sarpedonte, il re licio che, anziano e stanco, corse in aiuto di Troia assediata, parole pronunciate per i suoi capitani, all’alba dello scontro, difronte al nemico:

“Amici, se una volta sopravvissuti alla guerra, noi non dovessimo mai invecchiare, né morire, allora io non combatterei nelle prime file, né vi esorterei alla battaglia, gloria degli uomini; ma, poiché in ogni caso ci sovrastano i destini della morte, che nessun mortale può sfuggire o evitare, avanti”

MAURIZIO CASTAGNA

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