"Il bene è anonimo", il male è storia!?

Quanto è profetica la Weil, quando parla della Storia.

Ella affermava, oramai 80 anni fa, che la grandezza, incastonata nel ricordo dei grandi avvenimenti e delle grandi personalità, è misura equivalente della forza. E la forza dipende dalla necessità di agire o pensare oppure operare in un certo modo, tale da trascinare alla conquista del potere oppure a provocare la caduta di coloro che detenevano l'egemonia e l'autorità, per sostituire i nuovi padroni ai vecchi. Forza, necessità, potere, che non sono affatto sinonimi di bene

Non solo si fissano nella nostra memoria i grandi personaggi, nel bene e nel male, ma le loro azioni, inderogabilmente storiche. Sugellate dall'ammirazione o dal disprezzo, fasciate da panni né di lino, né di porpora, fissate in date, trattati e nomi famosi.

Il bene, però, ammonisce Simone, è anonimo.

E fa l'esempio dei martiri di Béziers che, a differenza di san Luigi di Francia, che esortava i suoi cavalieri a scannare gli eretici, allo stesso modo di tutti i Papi di cui abbiamo memoria, quegli eretici, i poveri cattolici del paese transalpino, difesero a costo della propria vita. San Luigi è glorificato sugli altari, i cittadini di Béziers, pur obbedienti alla Chiesa di Roma, restano anonimi e dimenticati.

Eppure, chi potrebbe affermare non abbiano fatto, anche loro, la Storia. E che il bene, così come sugellato dal sacrificio della Croce, non sia quello che hanno prodotto col loro martirio?

La Storia è raccontata dagli adulatori, per i principi. E per i vittoriosi, come insegna la cultura occidentale, oggi inevitabilmente americana, quel popolo che la Weil definisce così "senza la dimensione del tempo"- e non c'è Patria, né la consapevolezza della portata etica della Storia, senza la consapevolezza del trascorrere dei secoli e di come i secoli siano trascorsi.

E, oggi, senza la dimensione del tempo, restiamo noi, accucciati come Virgilio ai piedi di Augusto, adulatori di ogni ricco o potente che, senza degnarci di uno sguardo, benevolmente accarezza la mano che lo serve. Tra gli artisti, gli scrittori, gli intellettuali sedicenti, i tecnocrati, chi, oggi, ha il coraggio civile di Ariosto, che ammonì l'Este "voi mi farete ricco o povero, ma tra trecent'anni solo ciò che è in mio potere, la mia arte, provvederà che di voi si parli bene o male, o non si parli affatto".

Il genio, affermava la filosofa francese, non ha rapporto diretto con la moralità, nel genio non v'è grandezza, ma la si trova nei comportamenti umani, nella Carità silenziosa, nel dono e nell'oblio di sè stessi. Anche se, la grandezza, costruita, come falsa architettura del sapere, sull'esibizione di forza e sulla conquista del potere, è posta all'ammirazione dei giovani che, in tal modo, imparano che solo il successo, a qualsiasi costo ottenuto, merita considerazione.

Ma il bene è anonimo, passa caritatevole tra i passanti viaggiatori di questa vita:

"la Storia è un intreccio di bassezze e crudeltà, dove ogni tanto brilla qualche goccia di purezza".

L'oblio, tutto americano e della tecnocrazia finanziaria occidentale ed apolide, della cultura interdisciplinare, del sapere condiviso, del pensiero non omologato, come l'esortazione a mostrare ammirazione per la conquista del successo, ottenuto anche a prezzo di azioni mostruose o semplicemente deplorevoli e infide, allude al ricordo di grandi che lastricarono di dolore la strada della loro vittoriosa conquista del Potere. Marco Aurelio scrisse "Alessandro e Cesare, se non son stati giusti, nulla mi costringe ad imitarli" e la ragazza francese ammonisce "e noi ad ammirarli"

Eppure, oggi, quanti si alzano in piedi ad applaudire, con sconcia libidine, i potenti, i decisori pubblici, grandi o piccoli che siano, benché abbiano o dimostrino di avere un minimo di successo. Ed oggi il successo non è dato da una battaglia vittoriosa o dalla conquista delle terre del Nemico, da un editto di morte o dalla ruota dell'Inquisizione, ma da una comparsata in televisione, un decreto che pare non ammetta repliche costituzionali, da un livido orrore, invocato da novelli plauditores, per l'altrui opinione, per chi osi opporsi al Princeps, considerato senza macchia, incapace per postulato di commettere errori. Il giacobinismo così, per eterogenesi dei fini, avocando a se stesso il diritto di decidere quel che è bene e quel che è male, come accadde alla fine del settecento e nei secoli successivi, si prostituisce ai potenti e agli oppressori, dimenticando gli oppressi e i diseredati, che pur dichiarava, e dichiara, con bolsa arroganza, di voler difendere.

Una giovane donna francese, in tempi di grandi miti e grandi rivoluzioni osò affermare che "il bene è disprezzato non solo nella Storia ma in tutti gli studi proposti ai giovani...la parola virtù, oggi, per i giovani e per gli esempi che poniamo alla loro attenzione, è priva di valore, appannaggio della mediocrità" specialmente se chi la persegue vive nell'anonimato. La demagogia giacobina, il senso giacobino del "vivere tranquilli di puro egoismo" ha svilito la portata etica di ogni comportamento umano, ne ha falsato le premesse.

Chiudo con le parole di Simone

" come potrà ammirare il Bene un ragazzo che nelle lezioni di Storia vede esaltate la crudeltà e l'ambizione...in quelle di letteratura l'ambizione, la vanità e il desiderio di successo...in quelle di Scienza tutte le scoperte che hanno sconvolto la vita degli uomini, senza che si dia nessuna importanza nè al metodo di quella scoperta, nè agli effetti di quello sconvolgimento..."

A me pare attualissima, grande della grandezza dei profeti senza potere.


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