• Maurizio

Giovanni Lo Porto: l'ultimo martire

Aggiornato il: gen 15

Sapete chi era Giovanni Lo Porto?

Un ragazzo siciliano, innamorato della vita, dei viaggi, della sua scelta di operare come

Esercito degli Stati Uniti

volontario civile nei paesi del terzo mondo.

E’ stato ucciso da un drone americano nel 2015. Obama aveva dato il via all’operazione ben sapendo che proprio lì c’era Giovanni, tra gli uomini che lo tenevano in ostaggio. Poi, con finta aria contrita, quella attoriale, che gli ha consentito di ottenere un Nobel per la Pace pur avendo scatenato più guerre sul globo che Napoleone in Europa, aveva avvertito le autorità italiane che Giovanni non c’era più. Senza rimorso, con l’aria compiaciuta di chi ti bacchetta umiliandoti “vedi che mi tocca fare per difenderti?”. Drone, via all’azione, pum, fine della storia.

L’ unica colpa del ragazzo palermitano era quella di essere stato prigioniero di una cellula di al Qaeda, per 3 anni, tra il Pakistan e l’Afghanistan, aggrappato alla vita, come solo un essere generoso e buono, forte e determinato avrebbe saputo fare

Domenico Quirico, un giornalista italiano libero da condizionamenti di partito o di editore, vittima di un drammatico rapimento mentre esercitava il suo difficile mestiere in zona di guerra, ne racconta la storia, chiede la condanna del colpevole reo confesso, sottolinea che il ricordo del ragazzo sbiadisce nel tempo perché macchiato dalla colpa di essere sopravvissuto ai cattivi mentre moriva per mano dei buoni. (Domenico Quirico “Morte di un ragazzo italiano-In memoria di Giovanni Lo Porto” Neri-Pozza editore)

Ed in questo ultimo assunto, nella favoletta manichea che ci raccontano i giornalisti teleguidati ad ogni ora del giorno, su chi siano i buoni e quali i cattivi, sta il succo di quanto scrivo.

Voglio ricordare, a grandi linee e citando meno della decima parte delle azioni criminali della storia macchiata di sangue e di efferatezze inutili delle armi statunitensi, e della politica di terrore e di morte dell’Aquila Calva, quale inganno sia insito nella celebrazione del mondo occidentale, che indica quella democrazia come faro di libertà a salvaguardia dei diritti dei popoli.

Rapidamente, e fornendo le fonti, ovviamente

Operazione Husky, Sicilia

Cadono, passati per le armi, civili e militari che non avevano fatto in tempo ad arrendersi all’avanzata dell’esercito statunitense nelle campagne siciliane. Esercito che evidentemente non distribuiva soltanto noccioline e cioccolata, come ricordano i documentari asserviti.

Muoiono i tre componenti, civili, della famiglia Mangano, Giuseppe, Ernesto e Salvatore Valerio, di soli 17 anni. La loro unica colpa è che non si fossero fermati con le mani in alto, come chiedevano i caporali USA. Per questo furono immediatamente passati per le armi, il più giovane trafitto da una baionetta alla gola. A Gela, dove fu appena abbozzata una resistenza da parte di una compagnia di finanzieri furono passati per le armi uomini, civili e militari, donne e ragazzi, mentre a Passo di Piazza i carabinieri reali del tenente Francesco Messina alle 7 di mattina del 10 luglio del 43, dopo essersi arresi, furono tutti fucilati.

Il massacro di Biscari, laddove morirono tutti i componenti di una compagnia italiana arresasi agli americani, 71 uomini in tutto, 34 fucilati sul posto dal capitano Compton e 37 dal sergente West, senza ragione alcuna, dopo aver deposto le armi, con la divisa dell’esercito, in dispregio alla convenzione di Ginevra, fu preceduto dalle parole, dovremmo dire dagli ordini del generale Patton: «Se si arrendono quando tu sei a due-trecento metri da loro, non badare alle mani alzate. Mira tra la terza e la quarta costola, poi spara. Si fottano, nessun prigioniero! È finito il momento di giocare, è ora di uccidere! Io voglio una divisione di killer, perché i killer sono immortali!»

(cfr. Fabrizio Carloni- Gela 1943 - Le verità nascoste dello sbarco americano in Sicilia) -

A Ponte Dirillo, da anni, sulla nazionale che conduce da Vittoria a Gela, autorità civili e militari italo statunitensi ricordano, ogni anno, i paracadutisti a stelle e strisce caduti in quegli anni tragici. Tecnicamente si tratta degli assassini dei civili siciliani, dei militari italiani e dei Carabinieri Reali. Ancora una volta le autorità italiane, quelle del Muos e delle antiche basi di Comiso e Sigonella, scelgono da che parte stare. Non certo da quella dei nostri caduti, cui non è elevata, in ricordo, alcuna stele.

E, pur volendo evitare di citarmi, il mio testo Montelepre Caput Mundi invita a riflettere su quali menti sopraffine si fossero attivate dietro la strage di Portella della Ginestra. Gli americani, ovviamente, con i nostri servizi segreti al guinzaglio. (cfr. appendice documenti “Montelepre Caput Mundi”- Maurizio Castagna ed. Magenes)

E certamente a questo punto sarebbe facile riportare i dati drammatici dei caduti civili per i bombardamenti “strategici” sulle città italiane da parte degli americani. Ma sono episodi noti, per calcolare il numero delle vittime basta andare sul web ed ottenerlo con dovizia di dati

Piuttosto, sapete quante vittime civili fecero le feroci rappresaglie dei nazisti in Italia? Forse un numero che oscilla tra i 25000 e i 30000. Un numero elevatissimo vero? Che rimarca, caso mai ce ne fosse ancora bisogno, la crudeltà delle SS, l’orrore di una ideologia tirannica. E sapete quanti furono i giuliano-dalmati massacrati nelle foibe e nei campi di concentramento titini? Sulla stima di coloro che non risultarono più nell’elenco dei vivi, alla riapertura degli archivi dell’anagrafe, circa 8000. Un numero enorme anche questo, che ci fa orrore. Però, a proposito di vittime civili, sapete quante se ne contarono ad opera dei cosiddetti alleati? Circa 25000, e per la precisione, come dai documenti ritrovati da un eccellente studioso di storia, il nostro caro amico Roberto Gremmo, 23.262. Avete letto bene. Non erano fascisti o SS italiane, non erano podestà o militari che avevano giurato fedeltà alla RSI, non sono conteggiate in tal novero le vittime dei bombardamenti (che assommano a una cifra appena più alta). Quelli, i primi, i repubblichini, sono stati conteggiati a parte, morti in guerra e in divisa. Roberto ricorda nel suo libro i civili, ignari della sorte che li attendeva, certi fosse terminata la guerra, attenti alle proprie necessità quotidiane. E’ documentatissimo, il suo testo, con un dossier di fonti e testimonianze raccapricciante e nello stesso tempo scrupoloso ed inequivocabile (ogni atto è riportato con numero di protocollo, ogni sentenza dei tribunali militari alleati, che obbligatoriamente mandavano assolti i colpevoli, riferita per intero, ogni articolo di stampa fedelmente segnalato).

Vi confido ciò che mi accadde alla presentazione di un mio saggio. Durante il mio intervento accennai ad una vicenda che mi vide testimone, un atto raccapricciante compiuto dagli americani a Kabul, dove mi trovavo come volontario civile. Un corteo nuziale falcidiato, per divertimento e passatempo crudele, da jeep e da pick up statunitensi, e che aveva lasciato, in una strada della capitale, morti e feriti. Mentre lo ricordavo, avevo la strana sensazione che nessuno mi avrebbe creduto, figurarsi! gli americani che investono volontariamente, con i loro veicoli, pacifici civili inermi, quando mai. Eppure, ragionavo guardando la platea, non si comportò così, con arroganza e malvagità, il cow boy del Cermis che, per diletto e stupidità, spezzò i cavi della funivia? No, pensai mentre balbettavo, che figura sto facendo, gli americani, nell’immaginario collettivo, mica sono visti come perfidi nazisti. E invece no, avevo ragione: Gremmo, di tali episodi, ne riporta a centinaia, con meticolosa documentazione, certificata in atti ufficiali. Diciamo che gli statunitensi (e i britannici) giocavano a “polo” con gli italiani, solo che il cavallo era rappresentato da un’automobile o da un carro, e la pallina erano uomini, donne e bambini inermi.

(cfr. Roberto Gremmo “Le marocchinate degli alleati e la guerra ai civili” - Storia Ribelle editrice in Biella)

Distaccandomi dal dolore e dalle tragedie di quegli anni lontani, mi accingo a ricordare che gli USA sono in guerra da 250 anni ininterrottamente, invadendo, uccidendo, distruggendo. Potrei citare le loro azioni coperte, grazie ad una intelligence pervasiva, che hanno prodotto morte e disperazione, specialmente nel nostro paese, e in particolar modo durante gli anni di piombo e ben oltre l’omicidio Moro, perfettamente organizzato a fini strategici e con obiettivi politico-finanziari. Potrei ricordare la vicenda Moby Prince, la strage di Bologna, l’Italicus, persino le bombe degli anni 90, e poi il controllo inesausto sui servizi segreti italiani, per i quali non si muove foglia che l’Aquila Calva non voglia. Posso contare tutti i militari italiani morti, a seguito delle missioni di peacekeeping, in giro per il mondo in questi settanta anni ricordati dai nostri tromboni, dai media embedded, come “di pace”, i caduti per l’Uranio Impoverito usato dagli “alleati” senza averne fatto menzione ai nostri comandi, che quindi inviavano in zona di guerra i fantaccini come i sovietici i volontari a Chernobyl. Alleati difesi dalle più alte cariche del nostro Stato nel frattempo impegnate a contrastare il diritto al risarcimento dei militari colpiti da tumori devastanti.

(https://thevision.com/attualita/uranio-impoverito-soldati/)

Ed è anche facile recuperare alla memoria i morti civili giapponesi a seguito delle atomiche di Hiroshima e Nagasaki, con la seconda bomba lanciata dopo la resa del Giappone, per compararne i danni prodotti al confronto con la prima. E i bambini e i vecchi bruciati dai defolianti sul Vietnam, e dagli ordigni al fosforo bianco nelle guerre mediorientali (https://nagasakipeace.jp/content/files/minimini/italian/i_gaiyou.pdf)


E spero ricordiate le parole della Albrigth, quando fu scoperto l’inganno delle armi di distruzione di massa che avevano permesso la costituzione della sacra alleanza dei “giusti” contro Saddam, armi che non esistevano. Quando le fu chiesto se fosse valsa la pena invadere il paese, con la morte di centinaia di migliaia di bambini, rispose “Certo che si, anche se è stata una scelta difficile”, si, difficile…

E gli assassini mirati?

Da quello di Sankara, come complici dei francesi, nel quale sarebbero invischiati entrambi i servizi segreti delle due potenze occidentali. Gli europei avevano il loro Giuda in Blaise Compaorè, ma la CIA pare avesse dato il via libera perché Charles Taylor, impegnato in un colpo di Stato teleguidato in Liberia, fosse a disposizione del burkinense nel complotto omicida. (www.africanews.it/burkina-faso-chi-ha-ucciso-thomas-sankara/)

A quello di Gheddafi, in quella sporca e nefasta azione congiunta tra gli americani e i francesi. In quella sciagurata guerra imposta agli italiani, dichiarata nel marzo 2011, e foriera di lutti infiniti, ancora oggi, per tutti i popoli dell’Africa mediterranea e sub-sahariana. (https://www.ilgiornale.it/news/mondo/libia-carte-hillary-clinton-francia-distrusse-litalia-1292792.html)

A quello, ai nostri giorni, di Quasem Soleimani, il generale dell’intelligence iraniana. Nello stesso modo, con un drone, l’arma per eccellenza dei vigliacchi, più ancora di quelle da fuoco, fu ucciso, coscientemente, assolutamente innocente, Giovanni Lo Porto, generoso ragazzo palermitano. Una pedina ininfluente nel grande gioco, e che non poteva fare ombra al diritto di uccidere dell’Amministrazione USA.

Termino con una chiosa ovvia, lo sterminio dei nativi americani del Nord, invocato dal presidente Grant, ricordato dalla storia ufficiale come grande uomo e grande ufficiale. Fu proprio Grant a dare avvio alla “soluzione finale”, un’ottantina di anni prima di quella immaginata ed attuata dal caporale austriaco. A nord del Rio Bravo vennero decimati tra guerre, fucilazioni, malattie, riduzione in schiavitù e alla fame con l’ecatombe dei bisonti, progettata a tal fine, e con eccidi di massa che compresero vecchi, donne e bambini, circa 20 milioni di nativi (https://www.dolcevitaonline.it/la-vera-storia-del-genocidio-dei-nativi-americani/)

Mi fermo, altrimenti questo articolo corre il rischio di trasformarsi in un trattato. Gli Stati Uniti, infatti, non hanno mutato di una virgola il loro atteggiamento aggressivo verso il mondo che li circonda o, più ancora, che è ai loro piedi.

Una politica che si riverbera nella violenza all’interno dei confini nazionali. La federazione a stelle e strisce immagina, il proprio organismo sociale, come il nuovo Popolo Eletto. Pertanto ogni cittadino si sente legittimato all’uso indiscriminato della violenza, per offendere o difendersi. Certo, lungi da me credere che gli statunitensi siano tutti della stessa pasta. Credo troppo nel valore della Comunità, nel concetto giuridico e spirituale dell’organismo sociale come custode delle leggi e degli interessi comuni, troppo nel rispetto delle differenze culturali e identitarie, per schierarmi in modo manicheo e stupido contro tutti gli americani, per il solo fatto che lo siano. Come dappertutto, tra quegli uomini e quelle donne, ci sono anime pie, Persone coraggiose, leali ed oneste. Ma ci sono anche, come accade ad ogni latitudine, folli criminali, dalla “parte della legge”, nei gangli dello Stato, fra la gente comune. La differenza è che, allorquando ci si sente investiti di una missione profetica, risulta più facile sconfinare nel delitto e nella indifferenza verso il grido di dolore del vinto e dell’oppresso. E l’Amministrazione yankee si sente legittimata, appunto da 250 anni o giù di lì a questa parte, ad esercitare il mostruoso diritto di imporre la propria Forza, negando misericordia a coloro che, in ginocchio, sfiniti, le chiedono “perché mi fai del male?”

Le immagini televisive di Capitol Hill hanno scatenato le anime manichee. Chi urlava alla “democrazia violata”, all’impero del bene devastato da quattro criminali, chi approfittava dell’evento (cinematografico) per prendere posizione da una parte o dall’altra della barricata ideologica. Non conta il mio giudizio -sono convinto sia stata una pantomima in stile hollywoodiano- conta il reiterato riferimento ai buoni e giusti che vegliano sulla pace del mondo e che non possono essere offesi, per diritto divino, dalla cieca e stupida violenza. Benchè, la cosiddetta “invasione”, non sia stata che un pallidissimo riflesso delle scene spaventose che ogni momento ci giungono da oltre Atlantico. E benchè l’unica violenza esercitata sia stata, ancora una volta, quelle perpetrata dalla polizia, con quattro vittime civili, già dimenticate dai nostri media giacobini. Ecco, finchè i fautori del pensiero unico avranno in ostaggio il cervello degli oppressi, non v’è alcuna possibilità che si possa comprendere che il Bene e il Male, e soprattutto quest’ultimo, non hanno cittadinanza, non hanno tessere di partito, non hanno pregiudizi ideologici, non conoscono confini. E che le azioni degli individui devono essere valutate come tali, e non per il fine che si prefiggono.

Intanto, chiediamo venga eretta una statua ed intitolata una piazza a Giovanni, vittima innocente del carnefice reo confesso

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