• Maurizio Castagna

Ancora su Montelepre

Aggiornato il: giu 27

Ho appena scritto un post nel quale ribadisco il mio convincimento che la Storia della Sicilia, e


certamente l’episodio di Portella, avrebbero potuto concretizzarsi diversamente se non fosse stata in corso una lotta sottaciuta tra Stati Uniti (e Unione Sovietica) e Gran Bretagna. Per il controllo, allora ancora strategico, del Mare Mediterraneo. Del resto, le rotte del petrolio imponevano che il bastione occidentale divenisse l’Italia al servizio degli americani, con centinaia di basi, da allora in poi situate strategicamente sul suo territorio, e quello orientale dove, vista la debolezza militare e politica dei sauditi, il nuovo Stato di Israele avrebbe certificato la “santa alleanza” tra americani wasp, ebrei e islamici, nel nome del petrolio e degli interessi geo-mondialisti.

Avevo scritto a chiare lettere nel libro che questa ipotesi era dedotta da documenti finalmente pubblici, da fatti accaduti, da scritti dei più diversi autori. Non ci tornerò su. Nel precedente articolo del mio blog avevo scritto della strana storia della nave Exodus, una serie di circostanze, quelle legate alla sua navigazione, che paiono essere state perseguite ad arte. Per chi volesse leggerlo, basta che apra www.mauriziocastagnascrittore.com, clicchi su Blog e legga “Tornando a Montelepre”

Insisto nel produrre prove, sebbene non siano la famosa pistola fumante nelle mani del colpevole.

Scriverò della vicenda di Dino Grandi, colui che, per i più, fece cadere Mussolini, la sua dittatura, il fascismo insomma. Dino Grandi che per sette anni aveva ottenuto, con i governi inglesi benevolenti, come ambasciatore della politica italiana a Londra, un consenso verso il Regime come mai si era visto verso una dittatura.

Ma Grandi fu solo una delle tante pedine che il Re, il suo fidato consigliere (o consigliori?) Acquarone e i grandi industriali italiani, dopo aver goduto dei privilegi del regime, mossero quando ci si accorse che oramai la guerra era perduta. Grandi, solleticato dalla benevolenza del sovrano e dimenticando i suoi trascorsi genuinamente socialisti, divenne così monarchico e conservatore. Dopo essersi legato mani e piedi agli inglesi. Una vicenda che lo accomuna a Rosolino Pilo, un fautore del socialismo prima della calata garibaldina in Sicilia e subito dopo passato tra le fila dei liberali. Non tutti si chiamano Salvemini e Gramsci. Questa storia dei legacci inestricabili tra fascisti e inglesi è verificata dalle tappe che scandiscono l’ascesa e il consolidamento del potere fascista in Italia. Il diplomatico Hoare, prima ufficiale dei servizi inglesi, che stipendia mensilmente il futuro duce per convincerlo a passare all’interventismo dal neutralismo socialista; la fine di Matteotti, quasi un monito al duce per non favorire le imprese petrolifere statunitensi mettendo in secondo piano gli affari con i britannici; la doppia politica estera, anzi “tripla”, del fascismo che ha come interlocutori principali gli inglesi, ma fa l’occhiolino agli statunitensi, specialmente dopo le dichiarazioni di Balbo all’arrivo in America con la sua Centuria Alata, e teme tanto i tedeschi da avvicinarvisi progressivamente. Mussolini aveva anche cominciato ad inviare in America, nei caveau delle banche americane, parte dell’oro della Banca d’Italia. La politica del triplice tavolo di concertazione e di alleanze strategiche, non è una prerogativa fascista ma era stato il modus operandi delle Italie prima dell’unificazione e dell’Italia dopo l’unificazione. Il che non vuol dire malafede in partenza, ma una oculata distribuzione del rischio, favorita dalla caratura politica degli amministratori pubblici italiani nell’arco dei secoli. Quindi non è vero, come affermano tanti storici, che bisognasse unirsi per smetterla di passare da un’alleanza all’altra. Anzi, dopo l’unificazione, lo facemmo pure agli albori della prima guerra mondiale e con la seconda in corso.

Torniamo al dandy (per la sua eleganza molto British) Grandi. L’entusiasmo che lo legava al Re, gli fece compiere il grande passo, ma il poveretto non sapeva che i suoi piani sarebbero stati scompaginati dall’asse Monarchia-Stati Uniti-Grandi Industriali italiani. Grandi aveva in mente di costituire un governo non antifascista ma decisamente post fascista, costituzionale, garante delle libertà pubbliche e private. Chiamando in esso, col primo ministro Caviglia, generale integerrimo, mai colluso col regime, tanti ex fascisti e moltissimi antifascisti. E Alberto Pirelli quale ministro degli Esteri. Ottima mossa per spiazzare il fronte degli industriali che progettava un insolito e pernicioso, secondo Grandi, cambio di alleanze in corsa. Mai speranza andò delusa in modo peggiore. Infatti il suo governo sarebbe nato sotto la benedizione degli inglesi. E questo, nei progetti statunitensi, non avrebbe mai potuto essere. Anche per questa manifestazione di interessi comune, Stalin mise da parte la pregiudiziale antimonarchica e pure quella antifascista e cercò abboccamenti con la monarchia e i governi Badoglio e Bonomi. Suscitando la rabbia furiosa di socialisti come Pertini e Basso.

L’amarezza fu tale che Grandi finì prima in Portogallo (e così scampò alla sua certa fucilazione) e poi in Brasile dove divenne un magnate dell’industria e un uomo d’affari con interessi in Borsa. Un po' come Bixio che, dopo aver smesso di fucilare siciliani nullatenenti e disperati, era finito nei consigli di amministrazione delle società finanziarie di mezzo mondo, alla faccia del liberatore dei popoli contadini e proletari.

In effetti il suo ordine del Giorno non chiedeva esplicitamente le dimissioni del Duce ma, come dettava lo Statuto Albertino all’articolo 5, la consegna nelle mani del Re del comando delle Armi combattenti e dunque del governo, assieme alle altre declinazioni “nobili” del potere, tra cui le Corporazioni, il Parlamento e lo stesso Gran Consiglio. Questo dettato, prudente ad onta delle conseguenze (che non prevedevano nella mente di Grandi l’arresto del Duce, come invece architettato dal furbo monarca e da Acquarone su suggerimento, probabilmente, degli stessi americani) ottenne l’approvazione della maggior parte dei gerarchi, forse convinti che, avendolo fatto presentare Mussolini, non costituisse un pericolo né per il Duce né per la dittatura. Pensiero che doveva aver avuto anche il Capo del Governo in carica.

Grandi era un fine ricamatore di alleanze politiche, ma sempre all’ombra della Gran Bretagna. Anche se le sue trame avevano avvicinato, fino al riconoscimento diplomatico, l’Italia fascista alla Russia sovietica, prima Nazione a ufficializzare questo atto genuinamente politico. Un doroteo ante litteram, un composto chierichetto (che aveva davvero fatto) della politica e della diplomazia. Ma, senza il sostegno dell’Inghilterra, superata quest’ultima nello scenario mondialista dagli USA, fu costretto a fuggire, terminando in modo inglorioso la sua stagione di protagonista della politica europea. Eppure, mentre Mussolini inveiva contro i debiti da pagare agli USA, da vincitrice, l’Italia, della guerra, cosa incredibile a dirsi, mentre Mussolini si avvicinava sempre di più alla Germania, mentre Mussolini invadeva l’Etiopia, mentre si beccava le ritorsioni della stessa “perfida Albione” per questa avventura coloniale, mentre in Spagna sosteneva la guerra di Franco, Grandi viveva la sua stagione d’oro in Inghilterra, come ambasciatore italiano. Non certo perché il Re lo aveva fatto conte di Mordano, il “borgo natìo”, per non farlo sfigurare con la nobiltà britannica (forse da allora la sua filiazione monarchica?) ma perché Londra giocava anch’essa su due tavoli, da una parte sostenendo le democrazie contro i fascismi e poi l’Asse dall’altra cercando abboccamenti e vantaggi con l’anello debole di questo, l’Italietta fascista. Il governo inglese aveva tutto l’interesse a garantirsi un’alleanza con la portaerei Italia nel Mediterraneo, soffiando, in particolar modo violenti, i venti di guerra negli anni trenta. E Samuel Hoare, nuovo ministro degli esteri britannico nel 1935 mostra i muscoli prima delle elezioni, salvo a dichiarare la sua amicizia a Mussolini, che data, come sappiamo, dagli anni dieci del ‘900 e per i buoni uffici di Grandi, appena vinte le elezioni. E lo fa alla sequela del francese Laval. A conti fatti l’unica azione spregiudicata e senza secondi fini l’aveva fatta l’Italia mandando quattro divisioni al Brennero per fermare il nascente mostro nazista, mentre Gran Bretagna e Francia se ne lavavano le mani, con spregiudicata, machiavellica incoerenza

Se il buon investigatore mette insieme i tasselli della sua ricerca e, man mano, ne aggiunge di nuovi e simili, per deduzione si farà sempre più forte il suo convincimento che l’ipotesi prospettata sia quella giusta. O, quantomeno, non sia troppo lontana dalla realtà.

MAURIZIO CASTAGNA






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